July 18, 2018

Dall'Amarone allo Zumuva

Sicuramente la maggior parte dei nostri lettori conosce il vino Amarone, un po' perché chi ci segue è normalmente un marinaio… ed è risaputo, marinaio non fa rima con astemio e poi perché l'Amarone è un vino pregiato e di ottima qualità che il Veneto ha regalato ai nostri palati.    Lo sappiamo, potremmo aprire una disquisizione su altri tipi di vini che possono essere anche migliori dell'Amarone, ma non vogliamo fare una gara, solo spiegarvi che per noi questo vino ha da sempre rappresentato il vino di qualità, quella bottiglia che non apri tutti i giorni, quella bottiglia che ricevi in regalo o che si porta in dono a degli amici per cena, che si stappa a Natale con l'arrosto tradizionale. Insomma rappresenta per noi il vino per eccellenza.    Da quando siamo partiti per la nostra avventura, ormai quasi 3 anni fa, era Agosto 2015, le occasioni di bere una bottiglia di Amarone si sono fatte sempre più rare. In giro per il mondo è abbastanza difficile trovare una bottiglia di vino Amarone se non in enoteche a prezzi stratosferici. Quindi le occasioni si sono trasformate in rarità ovvero nei nostri rientri a casa in Italia. Ricordiamo ad esempio quando siamo rientrati in Italia dalla Polinesia dopo un lungo viaggio via aereo, il papà di Max ci invita a casa per un sano e saporito risotto alla milanese, noi accettiamo di buon grado. Lui ci chiede quindi che cosa volevamo bere, se del vino rosso o del vino bianco; Max risponde con un pronto «Rosso, una buona bottiglia di rosso!» e il papà, conoscendo molto bene suo figlio risponde con una domanda che non aveva bisogno di una risposta «Va bene, apro una bottiglia di Amarone?».    Speriamo di avervi fatto capire cosa rappresenta per noi l'Amarone, sicuramente ognuno di voi avrà il suo simbolo, la sua 'bottiglia' che rappresenterà la stesso brivido al pensiero del suo gusto e del suo aroma.    Dopo questa doverosa premessa, vogliamo introdurvi nel magico mondo dello Zumuva, vino da tavola Argentino. A chi fosse sfuggito, il nome Zumuva deriva da due parole spagnole 'Zumo' (succo in italiano) ed 'Uva', facile ed intuitivo quindi arrivare al nome tradotto in Italiano Succo d'uva. Ecco avete quindi forse anche immaginato il suo sapore. Non è ovviamente riportato il vitigno, non è riportata la data della vendemmia, non è da sapersi se ha stagionato in botti prima di essere imbottigliato in data incerta e quindi trasferito in Polinesia via nave.  Lo Zumuva viene elegantemente venduto in bottiglie di plastica, leggermente schiacciate, forse dovuto alla differenza di pressione tra le alte montagne Argentine (ci piace immaginare che venga coltivato lì) e gli atolli della Polinesia. La cosa strana è che la bottiglia rimane leggermente schiacciata anche dopo l'apertura.   Il tappo è ovviamente a vite, meno male altrimenti sarebbe stato un terno all'otto trovare una bottiglia sana dopo un viaggio del genere e le relative pause sui piazzali assolati.  Al gusto non si colgono né bacche, né frutti di bosco, né aromi floreali o qualsiasi altra fragranza che troveremmo forse nel Tavernello. Insomma il sapore è di vino, punto, anche leggermente dolce.    Dopo avervi descritto questo capolavoro commerciale dobbiamo anche riportarvi i costi. E' distribuito alla modica cifra di 1700 franchi (15€ circa) negli atolli minori e 1000 franchi (8€ circa) negli atolli maggiori.    Quindi, cari amici e lettori, quando pensate a noi cercate anche di immaginarvi la nostra dura vita, le ristrettezze enogastronomiche e le difficoltà di approvvigionamento.    Ce la fate?

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March 15, 2018

Ritorno dall’altra parte del mondo

In volo sulle Alpi, direzione Parigi

Febbraio arriva quando meno ce lo aspettiamo. Pochi giorni per sistemare tutto quello che abbiamo accumulato in una stanza, fra pezzi di ricambio, pompe, cime, pezzi di motore, pezzi di dissalatore, radio SSB, nuovo modem pactor per la radio SSB, cavi. Scatoloni a perdita d’occhio.
Osserviamo inorriditi i tre borsoni pieni a tappo che giacciono sul pavimento pensando: “manca ancora il bosone che riempiremo con tutti i pezzi spediti a Los Angeles presso i nostri cari amici, non ce la faremo mai… ”

Invece ce la facciamo, noi, le nostre panze, le nostre chiappe lievitate a livelli indicibili dopo 5 mesi di permanenza in Italia e i tre borsoni, da Linate fino alla prima tappa, Los Angeles come dicevamo. 

E sì, perché stavolta per non ammazzarci facciamo uno stop negli States, andiamo a trovare il nostro amicissimo Lorenzo “il Lippa” e la sua famiglia e ne approfittiamo per un giretto della California fino a San Francisco.

Il Boeing Air France ci porta dall’altra parte dell’oceano Atlantico in poco meno di 10 ore – e pensare che con Y2K ci abbiamo messo 18 giorni dalle Canarie a St. Lucia Smile - atterriamo a Los Angeles, clima mite sui 22 gradi.

Insieme al Lippa dopo 12 anni !

Rivediamo Lippa dopo 12 anni, una gioia incredibile ritrovarsi dopo così tanto tempo. Lorenzo ci porta in giro, fra colazioni assurde tipiche USA e cene a base di BBQ ribs (da Gus’s BBQ sono il TOP!) che noi adoriamo. Panze e chiappe aumentano. Come aumentano i borsoni, siamo a quota 4. Composizione: mezzo borsone di magliettine nuove e souvenir dagli States per noi; 3 borsoni e mezzo per Y2K… Signora esigente la nostra Open-mouthed smile

Universal Studios - Los Angeles

Universal Studios (e congrats alla famiglia che ci ha fotobombato ) :)

Noleggiamo un’auto e ci giriamo Los Angeles, gli Universal Studios, Hollywood, Walk of Fame, Hollywood Boulevard, Sunset Boulevard, Malibu’, Santa Monica, Santa Barbara, Big Sur, Carmel, 17 miles way, ed infine San Francisco. Il Golden Gate Bridge ci lascia senza parole, la baia di San Francisco è qualcosa di indescrivibile.

Hollywood ! - Los Angeles

Hollywood - Los Angeles

Walk of Fame - Hollywood Boulevard

Eeeehhh Bhe...

Si viaggia sulle Freeway – possiamo definirle come autostrade, ma non si paga il pedaggio - a 110 Km/h quando va di lusso e fuori dai grandi centri non c’è praticamente anima viva. La California è una gran bella storia, ci piace tantissimo.

Il Golden Gate - San Francisco

Cable Car - San Francisco

La mattina del giorno della partenza per Tahiti, prevista per quella sera tardi, Air France ci comunica che per non ben precisati motivi (leggi sciopero) il nostro volo è stato cancellato e riprogrammato per il pomeriggio del giorno successivo. Questo ci sballa un po’ i nostri piani e dobbiamo riorganizzare il pernottamento a Tahiti e il volo interno. Dopo smadonnamenti vari, ci risistemiamo e ci godiamo un altro giorno a LA con Lorenzo.

Poi, finalmente, noi, le panze, le chiappe e i 4 borsoni ci imbarchiamo sul volo che attraversa il Grande Oceano. 8 ore e trenta minuti ci separano da Tahiti. Atterriamo sull’isola in tarda serata. Qui non ci sono i finger, si va a piedi. Si apre il portellone e BAM! Umidità 90%, 33 gradi. I jeans ci si appiccicano alla pelle e facciamo fatica a respirare. 5 mesi al freddo e all’aria secca e asciutta hanno fatto dimenticare a noi e ai nostri corpi il clima dei tropici. Letteralmente arranchiamo giù per quella scaletta fino all’aerostazione, sudati marci fino all’osso, poi ecco: profumi, suoni, fiori e vegetazione lussureggiante. Donne e uomini che sorridono “IA ORANA!”. Ricordi che affiorano all’improvviso come flash dall’angoletto del nostro cervello dove sono stati riposti per un po’.

Dobbiamo ancora aspettare prima di rivedere Y2K. Una notte a Tahiti e poi il volo interno per Raiatea, ma siamo tornati dall’altra parte del mondo.

Tramonto Polinesiano
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