July 15, 2016

“Zikati”

zanzara

Era solo questione di "quando", non di "se".

Dopo 8 mesi ai tropici e un numero inenarrabile di punture da parte di tanti e svariati simpatici insetti caribe e non, è arrivata la settimana a Le Marin, in Martinica.
Qui abbiamo subito gli assalti di orde di fameliche piccole e spietate zanzarine tigre. Che poi, zanzara-tigre, ma da dove arriva questa fottutissima creatura ? Scado in facili battute da bar, lasciamo stare...

Dicevo, in questi assalti nessuna parte del nostro corpo - e quando dico nessuna, intendo NESSUNA - viene risparmiata, un calvario solo parzialmente mitigato dall'utilizzo di litrate di repellente. Repellente che in alcuni casi funziona (forse con le normali zanzare), in altri ha lo stesso successo che si può ottenere gridando, senza troppa convinzione, "pussate via brutti cattivi" ad un gruppo di Velociraptor.

Il "quando" arriva poco dopo il nostro atterraggio a Bequia, nelle Grenadine. Max ha un cerchio alla testa da qualche giorno. Io l'attribuisco all'elevato consumo di rum, Max non proprio, ma decide comunque di interrompere il "cicchetto" serale per un po’ Smile. La mattina dopo il nostro arrivo nell'isola si sveglia con un improbabile eritema sulle spalle. E' molto localizzato... boh ??!! Che sarà ? Scatto una foto e  la mando al nostro caro amico farmacista Michele che sta a Milano. "Mik che dici ?" Risposta - "Mah sembra un'eruzione causata dal sudore. Max non stare al sole e prendi un antistaminico".

Non ci pensiamo più, ce ne andiamo a zonzo per Bequia, facciamo le pratiche di ingresso nello stato di St. Vincent & Grenadines, compriamo frutta fresca al mercato, notiamo le casette colorate e pulite, i bimbi stupendi e un fantastico nuovo ospedale. Ce ne torniamo a bordo.

Il mattino dopo l'eritema di Max assume vita propria, dilaga dappertutto e in breve tempo tutta la pelle è ricoperta da un numero impressionante di puntini rossi. Mmmmhhh... Scatto un'altra foto e la mando a Mik. La risposta di Michele è chiara e precisa: "Portalo da un medico locale."

Ed eccoci sul tender diretti a terra verso il fantastico nuovo ospedale. All'ingresso troviamo due infermiere, spiego la situazione, chiamano un terzo infermiere che ci accompagna dal medico. Ecco il medico di guardia NON è in ospedale. L'infermiere attraversa tutta la struttura, poi ci accompagna sul retro, sbuchiamo in una viuzza, galli e galline, casette diroccate e container. Io e Max ci guardiamo un po’ così e chiediamo all'infermiere: "Ti dobbiamo seguire?". L'infermiere entra in una casa, il dottore, anzi la dottoressa, è qui.

Si presenta con accento molto British, spiego di nuovo il problema. La dottoressa ausculta cuore e polmoni di Max, fa due domande mirate ed esegue la diagnosi. "Virus Zika". Visto che i sintomi sono lievi, prescrive solo una pomata al cortisone suggerendo di prendere paracetamolo in caso di febbre e dolori muscolari (altri sintomi della Zika). Ci congeda con "40 US Dollars, please"...

Ce ne torniamo a bordo e diamo la notizia a Michele. Pazienza, in un paio di giorni la situazione dovrebbe risolversi.

La mattina dopo l'esantema di Max è al massimo, io invece ciondolo apatica e mentre mi pettino scopro in successione uno, due, tre linfonodi gonfi e tumefatti sulla nuca, dietro le orecchie e sul collo. Mi viene una febbriciattola stupida, ho male alle gambe. Associo linfonodo e febbricola alle malattie più tremende, prendo un pezzo di carta e comincio a buttare giù le ultime volontà....
Parte il terzo messaggio all'amico Michele. Risposta: "C'è un'infezione virale in corso. Molto probabilmente Zika. Prendi paracetamolo per i dolori e la febbre. Raccomando una vacanza sulle Dolomiti".

Il secondo giorno, eccolo. Mi parte un esantema terribile ! Bubboni doloranti in testa, puntini rossi che pizzicano e che si espandono velocemente fin sulle dita dei piedi, febbriciattola, dolori muscolari. Insomma io la Zika la prendo con tutti i sacri crismi e mi trascino presa da un senso di terribile stanchezza dalla cuccetta al divanetto portandomi dietro i bubboni e sempre snocciolando le mie ultime volontà a Max che è praticamente guarito, probabilmente grazie ad anticorpi grossi come draghi di komodo. Paracetamolo tre volte al dì e risposo per entrambi, perché se è vero che i puntini son spariti, il senso di prostrazione fisica è altissimo anche per Max.

Non c'è che aspettare che il virus faccia il suo corso. Il tutto mentre fuori lo spettacolo delle Grenadine può attendere.

Maledetti velociraptor di Le Marin...

NOTA SERIA:
Ho voluto impostare il mio racconto sul semi-serio perché in effetti, il modo in cui abbiamo contratto il virus è esilarante tenuto conto di tutto il tempo trascorso ai tropici, di tutte le punture che ci siamo beccati (tafani, formiche aggressivissime e cattivissime in Dominica, ragnetti, meduse e quant'altro). Tuttavia ci sono un paio di considerazioni importanti che tengo a precisare.
Il virus Zika è un virus trasmesso da un certo tipo di zanzara non presente nelle Antille fino a qualche tempo fa e originaria del Brasile. La Martinica, fra l'altro, è nell'elenco dei paesi ad alto rischio, insieme alla Guadalupa. Sconosciuto in Europa, ha avuto una vasta copertura mediatica dopo che si sono registrati i primi casi di persone tornate infette da viaggi effettuati nelle zone in cui il virus è endemico. La comunità scientifica conosce Zika dagli anni '50. Il virus Zika NON è pericoloso per gli adulti, di Zika rarissimamente si muore e probabilmente per complicazioni, in alcuni casi è asintomatico, in altri talmente lieve da far pensare ad un raffreddore. Non sempre viene la febbre (vedi Max), non sempre viene il rash. Si guarisce dopo una settimana. I problemi - anche se il dibattito fra gli specialisti è in corso - possono arrivare se si infettano i bimbi (come sempre, anche con l'influenza sono i soggetti a rischio) o, ancora di più, le donne in gravidanza. Non per le donne, ma per i nascituri in quanto pare che il virus della mamma infetta venga trasmesso al feto con gravi conseguenze e malformazioni.

By Alex

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July 10, 2016

Il “velista-pericolo”

Velista-pericolo

"Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova."
- Agatha Christie -

Un velista non è per forza un marinaio.”
- Anonimo -

Un marinaio lo valuto non solo da come naviga a vela con la sua barca, ma da come la gestisce, da come se ne prende cura, da come la rispetta e rispetta gli elementi naturali intorno a sé.
Andare in giro in barca non significa solo uscire dal porto, alzare le vele e rientrare la sera per l’aperitivo.

Andare in giro in barca significa anche cercare un buon riparo per passare la notte, perché i porti sono occupati, troppo cari o inesistenti.
Andare in giro in barca non sono solo albe e tramonti incantevoli, può qualche volta essere spiacevole, ci sono anche dei momenti difficili quali ad esempio il brutto tempo o un’avaria.

Spesso un buon velista non è un buon marinaio.
In Italia c’è ampia scelta di scuole per diventare un velista, magari anche bravo se si ha talento, ma non esistono scuole per diventare marinai, per ancorare, per ormeggiare, per gestire le comunicazioni radio, etc. Da noi ci viene data la patente (anche in un week-end) e con quella possiamo solcare i mari ai comandi di una barca di 24mt e… fare danni.

In questi ultimi dodici mesi, abbiamo navigato molto e la maggior parte delle volte abbiamo passato la notte in rada, imparando molto.
Per passare la notte in rada, non è sufficiente dar fondo alla propria ancora,  significa valutare il territorio, conoscere o apprendere nozioni della zona di navigazione, leggere la meteo, avere un piano B in caso ci siano dei problemi durante la notte e capire se la barca ed il suo equipaggio sono in sicurezza in un momento di particolare vulnerabilità.
Purtroppo, non tutti la pensano così.

Siamo da un paio di giorni a Bequia, San Vincent and The Grenadine, è un periodo meteorologico molto delicato per questa zona. Ogni due o tre giorni arrivano delle perturbazioni che si formano sull’Africa possono essere in alcuni casi anche molto violente, oppure portare solo un po’ di pioggia e vento. Sapevamo da giorni che la notte scorsa sarebbe arrivata una di queste perturbazioni – chiamate onde tropicali – più violenta delle altre, che avrebbe portato vento fino a 30/35 kt di raffiche con temporali.
Coscienti di quanto sopra ci siamo cercati un buon ancoraggio, abbiamo fatto in modo tale di posizionare la nostra ancora in una bella chiazza di sabbia ed abbiamo abbondato di calumo per essere tranquilli.

Ed ecco che arriva lui, piano piano, controlla i posti con coscienza e quando è davanti alla nostra prua apre il galletto del barbotin e BRRUUUUM ancora in acqua. Perfetta, se non fosse altro che è a 20mt dalla nostra prua, sulla nostra linea di ancoraggio che ci immobilizza nel caso in cui avessimo l’esigenza di muoverci anche per emergenza.

Facciamo notare allo skipper che così non va bene, lui fa spallucce e continua a guardare la sua ancora. Ripetiamo nuovamente il concetto con la nostra più grande calma, anche se ormai se n’è andata da un bel pezzo… ma niente.

Lo skipper allora si sposta verso la sua poppa, con un rapido movimento si cala i calzoncini e si denuda, è tanto vicino che volendo potremmo anche lasciarci andare in commenti da osteria. Temiamo ad un certo momento che voglia farci gestacci, ed invece salta sulla sua plancetta di poppa, prende una maschera e si getta in acqua. Ci fa segno di dove si trova la nostra ancora, gli diciamo che sappiamo dov’è ed è proprio per questo motivo che deve andarsene, poi nuota a controllare la sua ancora: inorridiamo. Per posizionarsi fra Y2K ed i due Catamarani davanti ha dato poco calumo e con il vento previsto per questa notte potrebbe avere dei problemi che si tradurrebbero in problemi anche nostri.

amico-bequia

Il nostro nuovo ‘vicino di barca’ rientra dal suo bagno, dopo una doccia veloce ed una breve asciugatura di tutto il suo corpo, indossa nuovamente i pantaloncini e rientra in pozzetto. Noi siamo ancora a prua guardare ed aspettare decisioni, il motore non l’hanno ancora spento, lui e la sua compagna di navigazione stanno discutendo i nostri ‘emendamenti’ sottovoce, forse non sono convinti nemmeno loro, ma non ci degnano di uno sguardo. Lei si alza e comincia a sistemare il pozzetto.

AHI AHI ! Brutto segno.

Decido quindi di saltare sul dinghy per andare a parlare con loro, armato di tutta la mia più grande diplomazia.

Mi avvicino loro, molto lentamente, mi vedono, vado piano piano, voglio che si abituino alla mia presenza, non voglio essere ostile, sfodero il mio più cordiale dei sorrisi, non di benvenuto ma di circostanza, sono la serenità fatta persona, oggi potrei vendere il ghiaccio agli eschimesi, non voglio che capiscano fischi per fiaschi.
Quando sono vicino al loro giardinetto, entrambi si voltano di nuovo verso di me, ormai sono pronti ad ascoltarmi, ripeto nuovamente loro che sono troppo vicini, la nostra ancora è sotto la loro pancia e se dovessi andare via non posso farlo.
Lui mi chiede se vado via tra poco.
Ci sta provando, fa il finto tonto, sta giocando con me.
No, gli dico, se ‘dovessi’ andare via per emergenza non potrei perché ci sei tu, inoltre è previsto brutto tempo per stasera e domani, sei troppo vicino, se per caso la tua ancora ara ci sei addosso ancora prima di accorgerti, sei troppo vicino, la rada è grande e c’è molto spazio.
Dopo aver parlato di brutto tempo, si sono guardati fra loro, forse hanno capito mi dico.
Io sono sempre vicino alla loro barca, ma non mi sono attaccato, per rispetto e per distanza.
Lui accenna una risposta, ma si ferma, gli chiedo cosa voleva dire ma di rimando mi dice: “I will move.” – Mi sposto.
Evviva, senza far trapelare alcun segno di soddisfazione dalla mia imperturbabile faccia da poker lo ringrazio e me ne vado.

Dopo pochi minuti si sposta e si posiziona sulla nostra poppa, leggermente disassato dalla nostra linea, con abbondante calumo.
Sono sicuro che non sapesse nulla del meteo ! Ho questa sensazione.

La notte poi è arrivata e con lei anche i temporali ed il vento forte, raffiche molto violente, davvero vicine a 35Kt, oltre i 30Kt molto spesso.
Mi sono alzato, come qualunque marinaio avrebbe fatto, per controllare se era tutto a posto, se non avessimo arato.
Quando apro il tambucio non vedo più la barca del nostro ‘amico’, purtroppo ha arato ed anche tanto, ma è già sveglio ed in pozzetto che accende il motore per manovrare.
Se fosse stato davanti a noi i problemi sarebbero stati anche nostri.

L’aforisma di Agatha Christie, riportato in cima al post, ci ha, in questo anno, fatto identificare il velista pericolo e ieri ne è stata la prova. Abbiamo avuto modo di condividere il nostro punto di vista con altri navigatori incrociati in questo lungo anno e tutti condividevano con noi la stessa identica idea.

Ed ecco quindi il nostro personale ed umoristico identikit del velista-pericolo all’ancoraggio:
  1. Banca in ferro o alluminio, molto trasandata;
  2. Spesso un navigatore solitario nudista;
  3. Bandiera della nazionalità inesistente, stracciata o dipinta sulla coda del generatore eolico;
  4. Se anche lui reputa di essere vicino mette i parabordi;
  5. Madrelingua Francese.
So di certo che mi tirerò le ire degli amici transalpini per quanto scritto sopra, ma sono sicuro che anche gli amici Francesi riconosceranno questa peculiarità di alcuni dei loro connazionali, così come noi Italiani riconosciamo le nostre.

Max
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July 6, 2016

Barbuda

Barbuda - Cocoa Point

Siamo un pochino in ritardo nel raccontare il nostro viaggio, lo sappiamo Smile ma eccoci qui a parlare di un’altra perla caraibica.

Siamo vicini alla fine di Febbraio quando lasciamo Antigua per fare rotta sull’isola gemella, Barbuda, che raggiungiamo il giorno 21. Barbuda dista circa 25 miglia da NonSuch Bay, dove siamo ormeggiati. La navigazione è tranquillissima con un aliseo gentile. Avvistiamo l’isola e cominciamo l’avvicinamento a Cocoa Point, prestando particolarmente attenzione ai bassi fondali e ai reef che non sono segnalati, ma perfettamente visibili. Inoltre le cartine Navionics sono molto precise, quasi al centimetro. Un barracuda, bello grosso, abbocca proprio all’ingresso dei bassi fondali, lo recuperiamo e lo lasciamo andare, ma nella foga… nessuna foto !

Carta-Antigua-Barbuda Carta-Barbuda-avvicinamento-Cocoa-Point

Non è possibile mettere per iscritto le nostre emozioni e le nostre esclamazioni di stupore nel corso di quei pochi minuti in cui Y2K si avvicina lentamente alla zona di ormeggio di Cocoa Point, isola di Barbuda. Se esiste qualcosa di simile al paradiso nel Mar dei Caraibi, ecco quella è Barbuda.
La primissima vivida immagine: distese interminabili di sabbia bianca-dorata e un mare turchese la cui combinazione, insieme al sole del Caribe, genera una brillantezza che penetra le cornee – letteralmente eh ? – e manda in tilt il cervello. Palme sottili colme di cocchi agitano le loro chiome al vento. Una spiaggia infinita. Non c’è quasi nessuno. Ma dove siamo finiti ?

Barbuda - Cocoa Point

Barbuda - Cocoa Point

Ci assicuriamo che la nostra ancora delta sia ben affondata nella sabbia del  fondo e poi cominciamo a guardarci meglio intorno. Siamo poche barche, siamo circondati da una natura incredibile e da innumerevoli grosse tartarughe che fanno capolino in superficie per respirare. E’ difficile fotografarle, ma noi ci proviamo lo stesso, sono troppo belle Smile

Barbuda - Tartarughe

Barbuda - Tartarughe

Sono le 4 del pomeriggio, rimandiamo l’esplorazione a riva al giorno dopo, accontentandoci di un bel tuffo e di una bella nuotata con maschera e pinne in compagnia delle tartarughe.
Il giorno successivo il tempo è splendido e il cielo sereno puntellato dalle solite nuvolette a forma di batuffolo tipiche dell’aliseo esalta ancora di più i colori dell’isola. Ce ne andiamo a riva con il tender, passeggiamo lungo tutta l’interminabile spiaggia abbagliante, passiamo davanti al lussuosissimo resort di Cocoa Point (con tanto di mini-aeroporto privato !) e ci “spiaggiamo” per ore sul bagnasciuga.

Barbuda - Cocoa Point

Barbuda - Cocoa Point

Barbuda - Cocoa Point

Nonostante il resort e le altre barche ormeggiate intorno a noi – sempre poche - regna un silenzio ed una tranquillità irreale: ci sembra di essere sbarcati in un posto senza tempo, la classica isola deserta dell’immaginario collettivo. Non c’è NIENTE qui a parte un caleidoscopio di colori brillanti, il rumore delle onde che frangono sulla spiaggia, il verso delle fregate che volteggiano sul mare e che qui sono di casa. Un posto che trasmette una incredibile serenità e in cui perdersi totalmente.

Barbuda - Cocoa Point

Barbuda - Cocoa Point

Un paio di giorni dopo il nostro arrivo, una perturbazione sul nord Atlantico porta qualche nuvolaglia in più e le solite noiose north swells (le onde lunghe da nord) che generano risacca e che possono rendere l’atterraggio in spiaggia col gommone una sfida. In presenza di questi ondoni,  bisogna essere prudenti cercando il punto esatto dove atterrare e molto veloci quando si atterra, pena ribaltamento e figure fantozziane urbi et orbi. In questi casi non ci facciamo scoraggiare, montiamo il fuoribordo più piccolo, il nostro mitico Suzuki 2.2 due tempi, per avere meno peso e agevolare le manovre per trascinare il tender in spiaggia velocemente e senza troppa fatica.

Vista dall'oblò laterale di Y2K - Cocoa Point

E così ce ne andiamo in spiaggia lo stesso e trascorriamo la giornata a tuffarci, rotolarci e farci trascinare dalle onde di risacca.
Un paio di giorni dopo, ci trasferiamo a nord dell’Isola e diamo ancora in una immensa baia di acqua turchese, Low Bay, davanti ad una spiaggia infinita protetta dall’oceano da un lunghissimo reef. Il nome della spiaggia è appunto “Eleven miles beach”, la spiaggia di 11 miglia. Low Bay è anche il punto più vicino alla laguna interna di Barbuda dove nidificano le Fregate e dove si trova il Santuario delle Fregate, ma anche il più vicino al villaggio di Codrington.

11 miles beach - Barbuda

Fregata - Low Bay - Barbuda

Abbiamo intenzione di visitarli entrambi. Per il Santuario delle Fregate, raggiungibile solamente con una barca, è necessario avvalersi di una guida per cui prendiamo accordi per il giorno dopo utilizzando i contatti che si trovano sulla utilissima guida di Doyle.

Abbiamo appuntamento a riva alle 9:30 del mattino, le onde lunghe da nord sono aumentate parecchio durante la notte precedente e la risacca è piuttosto forte. Atterrare con il tender è rischioso se non si presta particolare attenzione, dobbiamo fare avanti indietro parecchie volte per individuare un posto adatto dove le onde non frangono troppo. Lo troviamo lontanino dalla barca, ci prepariamo all’atterraggio indossando i soli costumi da bagno e dopo qualche peripezia per prendere “l’onda giusta” che ci accompagni dolcemente fino alla spiaggia, riusciamo a trascinare il tender fuori dall’acqua e ad assicurarlo ad un albero ben in alto, lontano dalle onde. Ci mettiamo magliette e pantaloncini e scarpiniamo un po’ per raggiungere il punto di ritrovo dove dobbiamo attendere un’altra coppia che farà il tour con noi. Sono americani, di Chicago, Bill (di origini Italiane !) e Nancy; la loro barca è ormeggiata a pochi metri da Y2K. Ci risultano subito simpatici e intavoliamo una discussione dopo l’altra in attesa della nostra guida, scoprendo di avere (Ale e Nancy) grandi aziende di tecnologia come ex datori di lavoro. Bill invece è comandante di navi traghetto a Chicago.

George Jeoffry - Barbuda

Quando si presenta un Barbudiano alto, simpatico e con uno splendido sorriso stampato sul viso riconosciamo George Jeoffry! La guida “speciale” raccomandata da Doyle, in copertina sul portolano delle Leeward Islands! In effetti già da subito capiamo che si tratta di una persona speciale davvero, siamo felici che sia lui a farci da cicerone durante la nostra visita. George Jeoffry è di norma un pescatore e solo durante il tempo libero si dedica a fare la guida per la sua bella isola.

Saltiamo a bordo della sua veloce e slanciata imbarcazione di legno e ci lanciamo veloci, a oltre 20kt, verso Codrington per raggiungere l’ente parco e pagare le tasse di ingresso. Come dicevamo, la laguna interna di Barbuda e raggiungibile da Low Bay. La guida Doyle suggerisce anche la possibilità di scavalcare la duna di sabbia che separa la baia dalla laguna interna (in alcuni tratti è molto stretta) trascinandosi dietro il proprio tender, ma l’impresa non è affatto facile perché la suddetta duna è molto alta (mi ci vedo io a sputare i polmoni e tirare giù i santi del paradiso Caraibico mentre tentiamo di superare quella cavolo di “montagna” con un gommone di 40 chili più fuoribordo al seguito Open-mouthed smile).

Poi l’impresa mica finisce lì!

Una volta piazzato il tender nella laguna, il tratto verso Codrington è tutto contro vento e la laguna è bella grande e quando l’aliseo soffia sostenuto come il giorno della nostra visita, sai le risate per arrivare dall’altra parte ? A meno che non possedere un grosso tender con un motore potente, ma in questo caso non ce la si farebbe MAI a superare la famigerata duna… Siamo ad un punto morto Smile

Santuario delle Fregate - Barbuda

Santuario delle Fregate - Barbuda

Insomma, noi arriviamo presso la sede dell’ente parco con la barca di George Jeoffry, paghiamo il dovuto, torniamo a bordo e sfrecciamo come pazzi verso il santuario. George comincia a raccontarci l’incredibile storia di Barbuda e del suo popolo, poi passa a descriverci come è nato il parco e iniziamo la visita. E’ vietatissimo navigare nelle sue acque con imbarcazioni private – tender inclusi. Le fregate nidificano sull’isola. Vediamo i nidi, ma non ci sono uova in quanto ormai i piccoli sono nati tutti. I maschi mostrano il gozzo gonfio e rosso, i piccoli hanno la testa e il collo bianco e spennacchiato, le femmine hanno quasi tutte le penne nere, lucide, tranne per una macchia bianca sul petto e sul ventre. E’ uno spettacolo incredibile ! I piccoli sono chiassosissimi, sempre col becco aperto a chiedere cibo, gli adulti li controllano o volteggiano o vanno e vengono portando il cibo ai rumorosissimi pulcini. La visita dura più di un’ora e alla fine siamo tutti e quattro esaltati. Ritorniamo a Codrington dove teoricamente termina l’incarico di George, ma forse per il clima conviviale e amichevole che si è instaurato durante il giro, forse perché ci troviamo tutti particolarmente bene fra di noi, George decide di farci da guida in giro per Codrington e si offre anche per accompagnare l’equipaggio di Y2K in partenza per St. Barth nei vari uffici di Dogana, Immigrazione e Autorità Portuale per le pratiche di uscita da Antigua e Barbuda.

Codrington - Barbuda

Codrington - Barbuda

Codrington - Barbuda

Codrington - Barbuda

Il villaggio è piccolo e modesto, ma i Barbudiani sono gente meravigliosa, accogliente e dignitosa. La dogana era aperta, mentre l’ufficio immigrazione chiuso, ci fermiamo quindi in un bar a bere qualcosa tutti insieme. Dopo aver effettuato l’uscita con l’immigrazione abbiamo fame e chiediamo e George Jeoffry dove possiamo trovare qualcosa da mangiare.
Dovete sapere che a Barbuda non esistono i ristoranti: i locali aprono le loro case ai turisti e ai Barbudiani stessi e cucinano. E’ tardi, ed è difficile trovare un posto dove ancora sia possibile pranzare, ma George non si perde d’animo e ci ritroviamo nel patio della casa di Isabelle, un donnone dolcissimo dal sorriso stupendo che ci prepara a scelta pollo con riso, zuppa di ossobuco o pesce.

Isabelle - Codrington - Barbuda

Ale, Isabelle e Nancy - Codrington - Barbuda

Noi prendiamo il pollo, Nancy una zuppa con verdure e Bill con George la zuppa di ossobuco. E’ tutto davvero buonissimo. Salutiamo Isabelle e continuiamo il nostro giro del villaggio. Conosciamo una signora inglese che ha sposato un Barbudiano e ha aperto un piccolo negozio di arte etnica locale lo Art Cafè dove si può anche mangiare qualcosa di tanto in tanto.

Codrington - Barbuda

Codrington - Barbuda

Codrington - Barbuda

George ci porta in giro per il piccolo paese, i bambini escono di scuola, rigorosamente in divisa, visitiamo il piccolo aeroporto dell’isola e poi è il momento per un’ultima birra insieme nel chiosco accanto alla sede dell’ente parco. Abbiamo trascorso una giornata piacevolissima, abbiamo anche nuovi amici, Bill e Nancy, anche se non ci rivedremo per molto tempo perché loro faranno rotta a sud, su Grenada, Isabelle e ovviamente George.

Max, George Jeffrey e Bill - Barbuda

In pochi minuti siamo di nuovo dall’altra parte della laguna e sulla spiaggia. Salutiamo gli amici, ce ne torniamo dal nostro tender, a proposito lo abbiamo battezzato 1K o 1000 Smile,  e con qualche peripezia sconfiggiamo le onde di risacca e ce ne torniamo a bordo di Y2K.

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Barbuda per noi rimane uno dei luoghi più belli ed incantati di tutti i Caraibi, un gioiellino che consigliamo a tutti i nostri amici navigatori che si apprestano a seguire lo stesso nostro percorso di visitare e conoscere i suoi abitanti. Ne vale DAVVERO la pena, andateci ! Andate a visitare Codrington, andate a visitare il Santuario delle Fregate e naturalmente chiedete di George Jeoffry !

Alex

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July 3, 2016

Ritornati a St Lucia

Y2K-pontile

Ritornare a St. Lucia è stata una bella emozione, è come rientrare a casa, dove tutto ha avuto inizio, dove siamo arrivati con la ARC.
Prima isola delle Piccole Antille ad essere toccata.

“Ed eccoci qua!” come usa dire il nostro caro amico Massimo di “Piccola Peste”.

La vera eroina di questa avventura è Y2K, ci ha accompagnato in crociera in questi mesi per le Antille, su su a Nord fino alle USVI per poi ridiscendere nuovamente a Rodney Bay a St. Lucia.
Il giornale di bordo riporta che questo ‘tour’ è durato poco più di sei mesi, nei quali abbiamo percorso circa 2.100 mg.

E’ stata una bella emozione tagliare la linea della traversata oceanica, che sul plotter cartografico ancora era disegnata, la mente torna ai quei momenti, all’ultima strambata di avvicinamento all’isola, al mare gonfio, come oggi d’altronde, e a quel tangone che nessuno a bordo aveva voglia di togliere (l’abbiamo tolto dopo aver tagliato la linea del traguardo). La stanchezza di 18 giorni da navigazione, il rollio, il groppo appena prima del traguardo, la tranquillità dell’ormeggio, il silenzio… il mal di testa dopo il rum punch offerto alle 4 del mattino !!! Smile

youposition-caribe

Y2K, come il suo equipaggio, sta benissimo. Il suo log segna 15.000 mg, ma è ancora in rodaggio… ha ancora tanta voglia di navigare, di correre, di cavalcare le onde, continuare verso ovest dove il sole tramonta.

Tornare a St. Lucia ci ha fatto un’impressione strana.
Ricordiamo come ci sentivamo fuori posto in questa isola, turisti arrivati quasi per caso, attenti agli sguardi indiscreti, attenti alle persone ‘strane’, attenti, vigili e poco presenti alla realtà che ci circondava. Oggi dopo sei mesi siamo più coscienti di dove ci troviamo, di cosa sono i Caraibi Orientali, dei loro usi e costumi, della pericolosità o dell’attenzione necessaria da prestare, dei sorrisi da regalare per averne in regalo altri, per essere più immersi nel mondo che ci circonda ed essere meno turisti mordi e fuggi, ma pur sempre ospiti, non è casa nostra anche se molti fanno in modo da farlo sembrare così.

Max

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